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La cerimonia del te' giapponese, di origine buddista, si chiama " Cha no yu " ovvero " acqua calda per il te' ".

Ancora oggi praticata con perfezione da molte persone, rappresenta l' arte e lo stile di vita giapponese .

Secondo regola, viene svolta in un padiglione riservato ad essa, il " chashitsu ". Si tratta di un locale arredato in maniera molto sobria a cui si accede da un giardino generalmente molto coreografico. Al suo interno, in centro, c' e' il focolare su cui viene posto il bollitore dell' acqua e il locale è arredato a terra dai tradizionali tatami (tappeti).

In questa stanza, con un lungo rituale fatto di movenze lente e studiate, si prepara e si offre agli ospiti il te' Matcha (te' in polvere ottenuto da foglie di Gyokuro).

Questo viene preparato nella tradizionale " cha-wan " (tazza per il te') con l' apposito " cha-sen " (frustino in bambu) dopo essere stato prelevato in giusta dose con il " cha-saku " (cucchiaio) dalla " cha-ire " (scatola per il te').

Assaggiare il Matcha e' forse l' unico modo per capire veramente qual' e' il gusto del te'. E' una bevanda densa da colore vivo della giada . Intenso il sapore perche' dettato dagli elementi ancora ben presenti, come la clorofilla, nelle foglie coltivate allo scopo, difese dalla luce del sole.

La cerimonia del te' e' la quintessenza della perfezione dei gesti e dell' armonia del momento e trasporta i partecipanti in un mondo parallelo di piena contemplazione.

 

 

LA CERIMONIA DEL TE’ OVVERO “CHA NO YU”

 

I kanji derivano dalla scrittura cinese, che una volta introdotta in Giappone apportò mutamenti sostanziali alla lingua giapponese. In generale i caratteri si usano per rappresentare le parti morfologicamente invariabili delle espressioni giapponesi (come i semantemi). Un kanji può quindi rappresentare la radice dei verbi, degli aggettivi o, integralmente, una buona parte dei sostantivi della lingua giapponese. La lettura detta on (on'yomi) di un kanji deriva a livello fonetico dalla sua pronuncia cinese. La kun'yomi è invece la pronuncia genuinamente giapponese della parola (o parte di parola) stessa. Per esempio, il kanji vuol dire "viaggio". La pronuncia kun (kun'yomi) (generalmente utilizzata quando il kanji è isolato) è tabi, mentre la lettura on (di solito utilizzata quando il kanji è accompagnato da altri ideogrammi) è ryo.I kanji possono avere più letture on in quanto gli stessi vocaboli furono importati dalla Cina in epoche diverse, in cui dunque la pronuncia era mutata. Ad esempio, il kanji può essere letto, tra gli altri modi, sia sei sia shō, a seconda dei vocaboli in cui si trova.Secondo le stime più recenti, il numero totale di kanji esistenti dovrebbe essere compreso all'incirca tra i 45000 e i 50000, ma di questi solo i 1945 jōyō kanji(kanji di uso comune) e i 293 jinmeiyō kanji per i nomi propri, possono essere utilizzati per la stampa (shinjitai). Nel caso si utilizzi un kanji tradizionale (kyūjitai) non presente fra questi 2238 si è soliti suggerirne la pronuncia con dei piccolihiragana, chiamati furigana. Il fatto che esista un numero preciso di kanji utilizzabili per la stampa dimostra l'intenzione, in passato, di cancellare gradualmente l'uso degli stessi, sostituendoli con i kana (alfabeti sillabici). Dopo la Seconda Guerra Mondiale, infatti, si tentò di occidentalizzare il Giappone anche sotto questo aspetto: la lista dei kanji per la stampa partiva originariamente da soli 1850 caratteri, i tōyō kanji approvati nel1946. L'uso degli ideogrammi, però, resistette, probabilmente per via delle peculiarità stesse della lingua giapponese, tra le quali la ricchezza di omofoni. L'uso dei soli kana, in effetti, renderebbe la comprensione dello scritto molto più ostica rispetto a quanto lo sia con il sistema attualmente in uso.

Tratto da WAPEDIA.MOBI.IT

 

I KANJI